Onore a Delio Rossi!

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Delio Rossi era l’allenatore della Fiorentina. Lo era, perché la dirigenza del club toscano, dopo il “fattaccio” avvenuto sulla panchina dei viola mercoledì scorso, ha deciso di esonerarlo. I fatti sono noti a tutti e le immagini dell’allenatore, che reagisce fisicamente alle provocazioni del giovane Ljajic, hanno fatto il giro del mondo. Il giovane, talentuoso e popolare giocatore della Fiorentina, viene sostituito dal suo allonatore e, come spesso accade ormai, si lancia in provocazioni nei confronti del Mister, probabilmente accompagnate a qualche epiteto poco gentile, che il cattivissimo Delio Rossi proverà a stigmatizzare piazzandogli un buon dritto in pieno viso. Chiaramente chi scrive sta con Delio Rossi e l’unico rammarico è non aver potuto ammirare il bel visetto del piccolo Ljajic, segnato da una buona serie di fendenti, stante il pronto intervento della panchina viola. E’ davvero troppo noioso controbattere alla nenia delle tante educande che si occupano di “pallone”, che ancora arrossiscono dinanzi alla violenza dell’atteggiamento squadrista del Sig. Rossi. Però, spiegare il perché chi scrive (ed in molti) avrebbe provato immenso piacere nel vedere mister Rossi libero di “esprimersi” e, così, questo Ljajic con i connotati visivi dispersi in vasti ematomi consente di trattare l’evento, quale spunto sul tema “calcio”.

Il calcio non è solo una delle più grandi aziende europee ed occidentali, ma è proprio qualcosa di più. Perché il calcio è soldi, certamente, è stadi, è tifoseria organizzata, è migliaia di campetti amatoriali sparsi dappertutto, è un fenomeno maschile, che attrae anche il mondo femminile ed è anche un pò specchio di retaggi, non ancora sopiti, di un certo tipo umano, potremmo dire indoeuropeo, incastrato in un altro tipo umano, potremmo dire occidentalizzato. I ben pensanti, ma quelli proprio bravi, dicono che esiste solo una vera e propria arte marziale di gruppo e questa sarebbe il rugby. I ben pensanti, solitamente, non amano l’azione, neanche quella italianissima del calcetto del giovedì sera (e non ce li si immagina davvero a tirare di rugby!) e, quindi, non capiscono che l’unica vera arte marziale di gruppo è il calcio. Anzi, per dirla tutta, il calcio è rimasto l’ultimo e unico punto di contatto popolare tra ciò che resta di un’idea atavica della guerra, della gloria, del gymnasium, e le rispettive (dis)evoluzioni occidentalizzate, ovvero la competizione, la fama e “lo spogliatoio”. Le partite importanti sono presentate dai media, ed a buon diritto, come battaglie, per quanto siano solo competizioni sportive; le curve, e, caso strano, quasi sempre dove le città sono più antiche, sono un mondo inspiegabile a chi, ancora, le analizza con la lente sociologica.

Le curve: impersonalità dell’azione (“solo la maglia conta”), abdicazione del mondo borghese (“abbandono lavoro e famiglia, la ragazza mi lascia perché, in Italia in Europa e nel mondo non c’è stadio che non veda me”, cantano gli ultras); rifiuto di una certa forma, limitata, di modernità (“no al calcio moderno”); culto dei morti; nuove sintesi simboliche che ormai prescindono da precise posizioni politiche; giovanissima età dei partecipanti: è solo malessere giovanile? È solo assenza di cultura? Ma poi quale cultura? Dico come la penso. Una partita di calcio è solo un evento sportivo, ma, in certi casi risveglia aspirazioni marziali da parte di tutti, addetti ai lavori, giocatori, tifosi. I giocatori di calcio sono spesso tipi umani di basso profilo, quasi sempre fagocitati dalla fama, ma, in taluni casi, hanno dato prova, a loro stessi ed a chi li ha seguiti, di cosa sia la gloria, in senso antico. E’ il caso del dio del calcio Diego Armando Maradona. Non era competizione, ma gloria quella che ha onorato con il gol più bello della storia, in un mondiale epico, contro una nazionale, quella inglese, che era nemica, non solo sportivamente. Gli argentini hanno sentito la gloria del pibe e con lui la loro, riscattare la tensione delle Falklands.

La stessa gloria, l’hanno sentita i partenopei, riscattati, non solo sportivamente, contro i nemici torinesi… e chi conosce la storia di Napoli sa che i torinesi erano, sono e saranno sempre nemici. Ma tutti, proprio tutti, anche e soprattutto coloro che giocano per divertimento il giovedì sera a calcetto, sanno, hanno sentito, cosa sia quello spirito di gruppo di quando si gioca insieme. Non c’entra nulla la sportività! Nessun principio decubertiano! Più si è scarsi e più si vuole vincere! Ed in squadra è meglio uno che ti sta simpatico, rispetto a quello bravo, ma vanesio! Quasi tutte le partite di calcetto hanno momenti di tensione vera, spesso si finisce in risse: come mai? Mancanza di ossigeno? E’ solo una causa biologica? Per chi scrive, parti non ancora sopite di un certo spirito indoeuropeo emergono nello “spogliatorio” occidentale. Non è il gymnasium, non certo la fratria. Sparta è lontana ed anche la legione romana, ma il ricordo, che è attività del cuore e non della mente, esiste ancora. E tanto vale per la tifoseria organizzata. Il fatto che il nemico sia un celerino o un tifoso avversario, conferma solo che viviamo tempi bui e che l‘uomo occidentalizzato ha orizzonti davvero limitati, paraocchi che non gli consentono di scegliere e che gli hanno fatto dimenticare di alzare lo sguardo al cielo.

Ed arriviamo al capo. Va bene, il mister non è il dux bellorum, ma in questo teatro, con queste liturgie e con le energie messe in campo e risvegliate, è pur sempre il capo. Strillino i benpensanti l’odio per la gerarchia, per il cameratismo e per tutto ciò che ricordi la guerra che, nel mondo antico, non era per forza sinonimo di morte e comunque mai di mattanze, come avviene da qualche secolo. Ma il ricordo è vivo, non è istinto, è qualcosa di più antico. Il capo, l’anziano va rispettato. Il capo, l’anziano va superato, mai provocato. Il capo, l’anziano non dovrebbe, è vero, reagire contro un componente del gruppo… ci avrebbe dovuto pensare la fratria, che è cosa diversa dallo “spogliatoio”. Alla fine Delio Rossi è stato esonerato, il ragazzotto-giocatore continuerà la propria carriera. La dinamica borghese non poteva non prevalere. Ma il ricordo; il ricordo c’è ancora. Ad maiora.

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