Romanzo di una strage: la recensione del film

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Al termine della visione del film del momento, “Romanzo di una strage” del regista Marco Tullio Giordana, la delusione è grande. Per carità, bravi gli attori, soprattutto Valerio Mastrandrea, nei panni del Commissario Calabresi, e Pierfrancesco Favino, alias l’anarchico Pinelli; discreta la fotografia; ma regia e sceneggiatura sono decisamente inadeguate. Non era facile rendere cinematograficamente uno degli eventi più importanti della storia dell’Italia contemporanea nelle forme di un dramma a soggetto i cui protagonisti sono figure stereotipate. Il clima politico di quegli anni, con i cortei quotidiani, le violenze di piazza, la rivolta dei sessantottini e dei sindacati massimalisti, è ridotto a poche scene che ricostruiscono un corteo a Milano più simile alla manifestazione di Genova del 2001, piuttosto che all’atmosfera di mobilitazione permanente dell’epoca. Freda appare come un nevrotico fanatico, Ventura come un leghista veneto ante-litteram, con tratti alla Borghezio. Pinelli è la vittima sacrificale, mentre la maschera di Calabresi ce lo mostra nei panni dell’ingenuo paladino della giustizia lasciato solo. C’è spazio persino per lo stereotipo del napoletano maneggione, bugiardo e approssimativo della vulgata nordista, incarnato dal questore di Milano.

Insomma, troppe sono le semplificazioni e le banalizzazioni di un film chiamato a raccontare una vicenda così complessa e controversa come la Strage di Piazza Fontana. Alla fine dei conti, accanto ad uno schema narrativo ricalcato sulle orme dell’intimismo filmico à la française, utile a reiterare l’apologia (magari giustificata, ma strumentalizzata politicamente) del povero Pinelli ed a riabilitare la memoria del commissario Calabresi (che diventa un personaggio “buono” non perché faceva bene il suo lavoro di servitore dello Stato, ma in quanto presunta vittima dei suoi superiori dei quali rifiuta le offerte di collusione con le loro trame oscure), l’obiettivo di questa pellicola è quello di fornire un’interpretazione di massa di quegli eventi.

L’interpretazione è quella ricavata dal libro di Paolo Cucchiarelli, “Il segreto di Piazza Fontana”: un mattone di 700 pagine, ampiamente confutato da Adriano Sofri in un pamphlet recuperabile sul sito internet www.43anni.it per le sue numerose forzature volte a dimostrare una tesi ardita e decisamente fantasiosa, quella della “doppia bomba”. Secondo Cucchiarelli, due furono le valigette esplosive collocate presso la Banca dell’Agricoltura, una dagli anarchici, meramente dimostrativa, l’altra dai fascisti collusi con i servizi segreti, effettivamente micidiale. Una teoria contraddetta dai materiali processuali ed investigativi a disposizione e non suffragata da alcuna prova. Gli autori di “Romanzo di una strage” credono invece alle ipotesi di Cucchiarelli, insinuando per di più l’idea, nel fantasioso dialogo finale tra Calabresi e il capo dell’Ufficio Affari Riservati Federico D’Amato, che, oltre ad essere due, le bombe fossero entrambe di mano fascista.

Non è così che si ricostruisce una memoria collettiva. Non è così che si utilizzano i soldi pubblici che la RAI ha concesso alla produzione del film. Un fatto così grave e cruciale per la storia del nostro paese, come la strage di Piazza Fontana, meriterebbe di essere maneggiato con maggiore cura. O, semplicemente, non essere affrontato in una ricostruzione cinematografica, che a differenza di un libro, lascia poco spazio al dubbio ed alla verifica delle fonti, necessitando di uno svolgimento sicuro ed accertato delle vicende. Le immagini della fiction tendono oggi a divenire facilmente senso comune, verità acquisita: il pubblico del film di Marco Tullio Giordana ha ricevuto un’interpretazione più che discutibile dei fatti, eppure in molti oggi crederanno di sapere cosa accade quarantatré anni fa in quel freddo pomeriggio di Milano. Ignari,tuttavia, delle assoluzioni in sede di Cassazione di Freda e Ventura; di uno scenario che vedeva la penisola al centro dello scontro sotterraneo tra le due superpotenze, USA e URSS, in cui era difficile riconoscere i buoni dai cattivi; della guerriglia diffusa e generalizzata che turbava quotidianamente la vita del paese; delle idee, delle passioni, degli interessi dei protagonisti del racconto, Pinelli e Calabresi, di cui Giordana non ha saputo nemmeno raccontare il diario intimo. Un’occasione persa.

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