Cambiano i governi, ma è sempre tempo di incursioni

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Senza l’idea di un confine da difendere non vi è comunità politica. Vale la pena ribadire, in tempi come questi, quella che ancora ai nostri nonni appariva una banalità. In questa prospettiva, la polemica scoppiata in Italia – e da qui in Europa – a seguito delle forti prese di posizione del governo italiano sull’immigrazione, va molto oltre il contingente – e grave – problema dei flussi migratori, in quanto segna il ritorno prepotente della politica nell’orizzonte simbolico del nostro paese, e questa va salutata come una buona notizia. Potrebbe trattarsi di una sostanziale novità, in quanto alla politica, considerata come mera amministrazione burocratica del sistema Italia e come mera esecuzione di scelte – per lo più rovinose per il paese e prese altrove, cosa che è avvenuta pressoché totalmente negli ultimi due decenni e mezzo –,  si contrappone, almeno come possibilità, la grande politica, quella che si “arroga” il diritto di decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato per la comunità che è chiamata a guidare.

In effetti, chi ha assistito con attenzione agli ultimi tre mesi della nostra vita pubblica ha potuto verificare che il re è stato denudato e che, nel frattempo, si è palesato il nemico di quella concezione della politica – l’unica possibile per chi voglia scegliere il proprio destino – che rappresenta il sostegno emotivo di chi ha svergognato Sua Maestà. È bastato che i vincitori delle elezioni di marzo si riappropriassero – per ora soprattutto verbalmente e, ciò che più conta, simbolicamente – di uno spazio che era stato lasciato desolatamente vuoto almeno dalla fine della Guerra fredda e dall’inizio del processo di mondializzazione, ovvero quello di chi ritiene l’Italia un paese sovrano a cui vada restituita dignità.

Bisogna pertanto schierarsi, ribadendo che la battaglia da combattere è anche culturale. Che chi abbia dichiarato guerra sia etichettato come qualunquista, demagogico, populista o sovranista, non importa. L’etichetta la dà il nemico, che ignora probabilmente il significato scientifico del termine populista e ancor di più quello giuridico-politico di sovranità. Ciò che conta è, appunto, a chi ci si contrappone. Che non è l’immigrato, ma le forze che producono – e si avvantaggiano – dell’immigrazione in funzione dei propri scopi di sradicamento e distruzione dei popoli. La contrapposizione è, pertanto, tra chi crede che le differenze, le identità, le appartenenze culturali siano beni da difendere in quanto antidoti alla massificazione e all’impoverimento – non solo economico ma soprattutto spirituale – dell’Italia e dell’Europa e chi crede che non vi siano più confini né comunità da difendere, che siamo tutti uguali, che le differenze – perfino quelle sessuali – siano un male da combattere e che la strada imboccata in nome dello sviluppo, della tecnocrazia burocratica, della finanziarizzazione dell’economia sia non solo l’unica possibile, ma anche quella più giusta.

Questa è la vera contrapposizione politica attuale e non appare esserci spazio per posizioni intermedie. Ed il fatto che si ritorni a contrapporsi a chi minaccia i confini e a ciò che i confini rappresentano – ovvero, in primis, alla grande finanza e ai grandi gruppi capitalistici – non è una caduta nella barbarie, come gran parte dell’intellighenzia di sinistra e buona parte di quella cattolica vogliono far credere, ma è – al contrario – il ritorno della cultura, intesa non come astrazione intellettuale, ma come espressione vitale di un  popolo, di una terra, di un’identità riferita alla comunità che la esprime. In questo scenario, il buon senso del piccolo imprenditore italiano o del contadino o dell’impiegato – categorie massacrate da oltre vent’anni di Europa burocratica e di globalizzazione – trova linfa nella battaglia culturale che tante realtà, tra cui la nostra, non hanno mai smesso di combattere, e che adesso va accelerata. Non è più tempo di ripensamenti o di divisioni. Dall’altra parte vi sono i fautori del rovinoso status quo, con il loro pensiero “politicamente corretto” , che indossano magliette rosse ed inneggiano alla umanità. Vi è da chiedersi se la loro sia beata ignoranza o calcolata mala fede. Giudicate voi: in nome dell’umanità – che non è un concetto politico ma imperialista, come ben sapeva Proudhon – e dei diritti umani – altra astrazione giacobina – si sono combattute negli ultimi vent’anni molti esempi di guerre in-giuste, in Europa e altrove.

Si sono sollevati governi legittimi, destabilizzati territori, creati conflitti etnici e religiosi che continuano a fare migliaia di morti ancora oggi. In nome di quella stessa umanità i radical chic vorrebbero giustificare la tratta degli esseri umani e combattere qualunque entità politica voglia uscire fuori dallo schema dettato dal pensiero unico. E la democrazia, che finora è servita a queste stesse forze “umanitarie” e “solidali” per l’impoverimento e la svendita del nostro paese, è divenuta pericolosa arma in mano ai populisti, nel momento in cui l’elettore non può più credere alle favole, in quanto vi è sempre un punto in cui la realtà è più forte della astrazione, in cui la manipolazione mediatica non regge più, con buona pace degli intellettuali di sistema. Sembra proprio, pertanto, che chi, quasi trent’anni fa, profetizzò la fine della storia, avesse torto. Sembra proprio che il tempo ci appartenga ancora.

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