Il CoViD-19 ha rinforzato il Regno della Madre

Il CoViD-19 ha rinforzato il Regno della Madre

L’ordine di tornare a casa a marzo e la possibilità di rientrare a scuola in ritardo o in gabbie di plexiglas riflettono le paure tipiche delle madri premurose. Il dominio del materno, in generale, non viene bilanciato da altri valori. Del resto il campo del politicamente scorretto è sempre più ampio.


Che cagnara. Quanto sdegno mascherato e quante urla stridule, che si levano tutte intorno alla scuola. E in tanto sputacchiare, manco un po’ di droplet. Un miracolo, se non fosse tutto merito di stracci bagnati sulla bocca e di un’estasiata gioia per il bavaglio, che – però e con evidenza – non imbavaglia.

Sbava (la saliva non vola, ma gentilmente cola) la mamma che, con tirannia medicale, esercita il potere di mettere il pargoletto sottochiave. Come feti vivi e vivaci fuori dal grembo materno, questi pre-adolescenti gironzolano per casa come protesi di vagine e nessuno di loro si incontra, nessuno di loro gioca e tocca e parla con l’altro. Protetti da una visione materna del mondo. 

Se l’economia ha, con la sua consueta e volgare schiettezza, costretto a confrontarsi con la realtà e imposto ai lavoratori di uscire di casa, altrettanto non fa con gli studenti. Hai voglia di fare equazioni (abbastanza forzate) su scuola e cultura, il punto è che la gestione dell’emergenza ha legittimato l’idealtipo della madre premurosa. Con tutto ciò che ne consegue in ambito sociale e politico.

Nel Regno della Madre, insomma, guai a mettere bocca, con buona pace delle donne che ragionano controcorrente. Quando si tenta di ripristinare l’ordine e di sottrarre i pargoli al regno domestico, bisogna farlo con riverenza e mostrando che lo stato ha la stessa delicatezza materna. Da qui i box in plexiglas, che rischiano di puntellare la scuola come capezzoli cui suggere dosi di rassicurante latte anti-CoViD-19.

“Eh – dice quello, in dovere di mostrare a tutti quanto sia materno il proprio testosterone – ma la Corea del Sud, allora?”. E sia, la Corea ha impacchettato i ragazzi nel plexiglas, ma al gioco di prendersi lo stato che fa al caso proprio, giocateci voi, col mappamondo in mano e legittimati dalla vostra esterofilia. Sia detto di passaggio, però, che quella è una parte della Terra in cui i governanti hanno il privilegio di sapere con chi sono in guerra, al punto tale che ogni gesto – persino il più materno – ha valenza anche marziale.

E a proposito di demetrico e marziale, non è necessario il passo militare a scuola, ma occorrerà pur chiedersi quale pedagogia porti a pensare che le gabbiette in plexiglas siano necessarie, anche negli istituti superiori. Ai ragazzi evidentemente non si accorda alcun buon senso, così come ai docenti alcuna autorità. Non è che a costoro si renda il gioco facile, va detto: che la scuola non serva a niente lo stanno ammettendo implicitamente i governanti, che quest’anno l’hanno pressoché eliminata, farfugliando un po’ di “e-learning”, “Google Meet” e menate varie da parvenu informatici.

Ha obiettato giustamente la preside del Conservatorio San Niccolò di Prato, che i ragazzi sono liberi di affollare i locali nelle ore serali, ma non la scuola. Perché? Alla dirigente scolastica offriamo, in risposta, due possibilità, che possono essere tanto alternative, quanto cumulative.

  • Possibilità 1: Questa scuola non serve a niente. È un’eventualità con cui ci dobbiamo confrontare, perché è possibile che le nostre scelte non siano altro che un adeguamento pigro e imbelle alla realtà. Quando accettiamo di portare i nostri ragazzi in scuole prive di servizi essenziali che comunicano pochezza e rafforzano l’impressione che questo sia uno stato di rottami, quando insegniamo loro l’italiano più tardi e peggio per dare spazio a lingue di altre comunità (peraltro poco amichevoli), quando li inzuppiamo di pensiero maternalista che potrebbero assorbire anche in casa, quando sacrifichiamo l’istituzione più di tutte le altre per la sicurezza degli adulti, allora la scuola rischia di svuotarsi di significato e di non servire a niente, se non ad essere luogo di socializzazione senza costumi e servizio di assistenza a genitori sempre più affogati nel proprio lavoro. 
  • Possibilità 2: I ragazzi possono andare nei locali, ma non a scuola, perché l’uscita serale appartiene ai figli, regolati per natura da una forza centrifuga; la scuola, invece, è al di qua del confine: È nel Regno della Madre, che tutto pretende intorno a sé, perché da qui tutto viene.

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