Forconi e radical chic

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Distratti, distorti e distrutti. Gli italiani appaiono così anche nei giorni in cui, dalle campagne e dalle strade che collegano città e periferia, una massa di persone si muove esprimendo quella vitalità che altrove non si trova più. I forconi hanno un nome che alla sensibilità urbana dà fastidio. Sia perché con il forcone si raccoglie la paglia e ci si impegna dunque in qualcosa di umile che attiene alla terra (il cittadino predilige il cemento), sia perché evoca Nemesi, ovvero una forma primitiva di risarcimento morale.

La distorsione sta là, nell’essere cresciuti per decenni nella convinzione di appartenere ad una forma superiore di umanità, nell’aver creduto che la città bastasse a compiere un salto in avanti nella filogenesi dell’uomo e nell’esserci illusi di avere a disposizione gli strumenti burocratici utili a raccogliere le istanze di tutti. È in questa distorsione che si nasconde la domanda che i giornalisti maliziosamente pongono ai forconi: “Qual è la soluzione? Che sistema politico vorreste?”. Il sottinteso, talora esplicitato, è che hanno diritto ad esprimere dissenso soltanto coloro i quali hanno sufficiente istruzione e quadratura ideologica per proporre l’alternativa. Come a dire che, se non sai cucinare, devi tace e mangiare.

La distrazione è una diretta conseguenza. Il radical chic che sbrodola sdegno sui social network raccoglie avidamente notizie dalla Rete, le mette insieme e ne fa un Picasso di cui è immensamente orgoglioso. Accodandosi al potere definisce “fascista” e “criminale” il Movimento del 9 dicembre, contribuendo a realizzare domani la falsa descrizione dell’oggi. Nel suo tagliuzzare notizie e rimetterle insieme, il corretto dissidente della piazza e del palazzo si scompone, educatamente e lasciando intatto il ciuffo, nell’osservare la violenza politica che negli anni dell’università ha pur tollerato. Il casco che i poliziotti si sono sfilati lo ha fatto poi ribollire in quella forma violenta di giustizia a cui periodicamente persino il corretto dissidente cede: come per gli studenti, manganelli anche sui pezzenti. Di fronte all’evidente malvagità del movimento, il malessere popolare passa in secondo piano, strattonato verso il basso dall’accusa di populismo. Altrove abbiamo parlato per esteso della democrazia, per cui ci limitiamo qui ad osservare che è sempre più in voga la pratica di definire populistico il popolo per far sì che la democrazia non si curi del demos.

Per questo sembriamo distrutti. L’algida benevoletia del radical chic non basta a risollevare la dignità del popolo, semmai contribuisce a tracciare un solco tra il suddito e il cortigiano. Del resto essi sanno benissimo che il tentativo di porre un cappello politico “sistemico” è impossibile, perché la fertilità per antonomasia deve scappellarsi e il borghese, si sa, di fronte al primordiale inorridisce. Se è vero che le rivolte – quella attuale non lo è, ma potrebbe diventarlo – non hanno mai portato a nulla quando spinte alle estreme conseguenze, altrettanto vero è che possono diventare un pungolo per l’élite al potere e creare soggetti politici (non compromessi) che sappiano sintetizzare le nuove istanze. Non si voglia far lezione di democrazia a Lor signori, ma la capacità di ascoltare i bisogni del popolo e di rappresentarli in Parlamento non era il vanto di questa forma di governo?

Nel disprezzo della forza, nella capacità di abbracciare il sentito dire, nel suo essere così snob e organico al potere, il figlio perbene che partecipa all’informazione sembra essere il protagonista della canzone di Paolo Pietrangeli, “Contessa”. Completamente arroccato nella difesa di una forma che ha formato corruzione, impaurito fin nel midollo da ogni cambiamento nella paura – legittima ma vile – che se ne perda il controllo, il cortigiano trema e ride allo stesso tempo di un riso nervoso, isterico. Si prende gioco di militanti e manifestati che non sanno parlare bene l’italiano nella speranza che qualcuno riconosca loro la capacità di saper interpretare e gestire la realtà tanto bene quanto la grammatica. Ma l’istruzione non basta, perché il senso da dare a tre parole messe insieme supera l’istruzione stessa. Quelle tre parole possono descrivere, accusare, incoraggiare. Oppure mentire.

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