[Giorno 1: Cosa dicono i numeri] C19. Va bene, restiamo a casa. Ma pensare si può?

[Giorno 1: Cosa dicono i numeri]  C19. Va bene, restiamo a casa. Ma pensare si può?

Benvenuti (si fa per dire) nell’era del Covid 2019, ovvero della peste all’epoca della globalizzazione. Perché è così che viene raccontata e così viene percepita dalla stragrande maggioranza degli italiani. Che ubbidienti restano a casa, quelli che possono, ad ascoltare i bollettini di guerra che la Tv trasmette a intervalli regolari. Morti e contagiati. Ci sono i dati.

Ora, chi ha la ventura di poter scendere di casa in questi giorni per andare a lavoro, si troverà di fronte uno scenario apocalittico. Strade deserte, poche anime in giro. Dopo le 18.00 sembra un vero e proprio coprifuoco, con la differenza che nelle zone periferiche non vi è nemmeno traccia dei tutori dell’ordine. La città così diventa spettrale, inospitale e insicura. Mette ansia solo percorrerle strade così. Si rientra, ognuno nel suo pezzo di alveare, la tv è sempre accesa. Ad intervalli regolari dà raccomandazioni. Lavarsi le mani. Evitare i contatti ravvicinati. Restare a casa. Le stesse raccomandazioni vengono urlate da un altoparlante montato su un’automobile che percorre strade deserte. Il messaggio è ossessivo. Anche i social lo riportano. Anche i personaggi famosi, che stanno a casa insieme a te. Sembrano quasi contenti di restarci. Organizzano concertini, intrattengono. Giullari. Tutti uguali davanti al virus.

Siamo convinti che tra chi si è trovato catapultato in questo scenario apocalittico, qualcuno avrà pensato a quei romanzi distopici che si leggevano da adolescente (oggi si legge poco). Tipo 1984 di Orwell. Non certo perché ci troviamo a vivere in uno stato totalitario come lo descriveva lo scrittore inglese. Anzi. Ci troviamo, al contrario, di fronte ad uno stato liberale che è costretto a diventare leggermente autoritario, attraverso una fase etica, per far fronte ad un problema di emergenza sanitaria. Si tratta della salute. E poi non lo facciamo solo noi. Altri seguono il nostro esempio. È necessario.

Il bipensiero

Orwell descriveva il “bipensiero” come lo strumento con cui lo Stato di 1984 riusciva a mantenere il dominio sui corpi delle persone, controllando la loro mente. La caratteristica saliente era, volendo semplificare, quella di un linguaggio (la neolingua) che veniva accolto come coerente dalle persone, pur se faceva a meno della logica. Anzi, nonostante la logica: “Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendole entrambe, fare uso della logica contro la logica”.

Non è il nostro caso, fortunatamente. La società orwelliana è l’esatto opposto della nostra. Noi viviamo in una liberaldemocrazia. C’è libertà di espressione, pluralismo. Diritto di critica. Si, magari ora non sembra e meno male. È che davanti all’ecatombe bisogna unirsi contro il nemico. Se il nemico è alle porte, si combatte. Dopo magari ci chiediamo come è arrivato. Quindi non è tempo di farsi chissà quali domande.

Ed il nemico, in effetti, è alle porte. I numeri sono quelli, mica si inventano. E sono oggettivamente terribili. 27.980 casi in Italia, oltre 2000 morti. 182.000 in tutto il mondo, nel momento in cui scriviamo, e 7.150 morti. Una strage. Il nostro paese, dopo la Cina, è il più colpito. Tasso di letalità in Lombardia al 9,9%, oltre il 6% quello medio nazionale.

Ora, ci sia consentito estraniarci un momento dal clima dominante. Del resto, siamo a casa e abbiamo tempo per pensare. I numeri nudi e crudi sono terribili. Ma i numeri si possono leggere in tanti modi. Sono oggettivi, ma la loro interpretazione non lo è. E soprattutto, non lo è il modo in cui vengono presentati.

In effetti, se proviamo a rapportarli ai postulati della narrazione dominante e ad altri numeri, che la narrazione dominante non evidenzia, se ci immaginiamo – per gioco, per carità – come Winston, il protagonista di 1984 e li consideriamo “a luci e voci spente”, almeno qualche domanda possiamo farcela, nel tentativo di non cadere nel bipensiero.

Le caratteristiche di C19

La premessa su cui tutti sono d’accordo è che il C19 è un virus per cui non c’è cura specifica, né immunità a portata di mano (leggi vaccino). Che è contagiosissimo, tanto che ci costringono a stare a distanza di un metro l’uno dall’altro e con le mascherine. Che è pericoloso, perché provoca polmoniti, che soprattutto nei soggetti più a rischi sono letali.

Inoltre, si sa che questo virus è in giro per il mondo almeno da ottobre. Che è arrivato in Europa almeno da gennaio e non direttamente in Italia o solo nel nostro paese (sarebbe ridicolo solo pensarlo) ma sembra dalla Germania. Che le prime misure serie europee sono state prese in Italia, con l’instaurazione della zona rossa nel lodigiano, da fine febbraio. In Cina un mese prima.

A ciò dobbiamo aggiungere che siamo nell’epoca della globalizzazione. Le persone, come le merci, si spostano con velocità impressionante, grazie alle nuove tecnologie applicate ai trasporti. La Cina è il polmone della globalizzazione, i cinesi si muovono e invadono il mondo almeno quanto le loro merci. Insomma, detto tra noi, se le premesse di partenza sono vere, i numeri dei contagiati non tornano. 180.000 su 7 miliardi di persone sono un’inezia, troppo pochi. Quindi, o sono enormemente di più o il virus non è così contagioso come dicono. In un mondo senza bipensiero.

Il numero di decessi è un altro dato su cui riflettere. A luce e tv spente, e sia detto senza cinismo, si tratta di un numero ridicolo. Stiamo parlando, ad oggi, di 7.000 persone su quasi 8 miliardi di persone. E, di queste 7000 è evidente che nessuno dei commentatori della tv o dei medici che si prestano alle telecamere potrà dire, con certezza, che sono morti solo per corona virus. Ovvero che il corona virus è l’unica causa del decesso. In Italia, ad esempio, L’ISS, stimolata sul punto da una delle poche agenzie di stampa che fa le domande giuste, Agenzia Nova, ha dovuto chiarire che su poco più di 100 deceduti di Covid19, di cui erano state controllate le cartelle, solo 2 non erano affetti da patologie pregresse.

Evidentemente, ad oggi non possediamo dati per capire quale è stata la reale incidenza del Covid19 sulla morte di questi pazienti, non essendo stati effettuati esami anatomopatologici (tutti i dati qui riportati li trovate in questa intervista, che invitiamo a vedere di seguito, al Dott. Samuele Ceruti, medico specialista in Terapia intensiva a Lugano).

https://www.youtube.com/watch?v=G-Rlc8kTl6Q

Mortalità del Coronavirus e delle influenze in generale

Davvero sarebbe da chiedersi, in un mondo senza bipensiero, perché la Terra si sta fermando per numeri di questo tipo.

Questa domanda appare ancora più opportuna se si pensa che sono disponibili studi sull’impatto dell’influenza in Italia sulla mortalità nel nostro paese, che svelano numeri importanti. Ad esempio, nel periodo che va dal 2013 al 2017, si è stimato che l’influenza abbia ucciso oltre 68.000 persone. L’ISS riporta circa 8.000 decessi l’anno di media da sola influenza, dato ricavabile con apposite metodologie che cercano di valutare l’effetto dell’influenza stagionale al netto di precedenti patologie. Insomma, paragonando questo dato a quello dei decessi per corona virus, questi ultimi appaiono poca cosa. In un mondo senza bipensiero.

Certo, la letalità del virus è enorme rispetto alla comune influenza. In italia, 7 punti percentuali contro lo 0 virgola di influenze particolarmente virulente. Ma ad oggi è impossibile avere un dato certo su questo punto, perché non sappiamo né quanti siano i reali contagiati – visto che circa il 50 per cento degli stessi sono asintomatici e il 30 per cento è poco sintomatico e può facilmente scambiare (o ha scambiato) il nuovo virus con una influenza conosciuta – né il reale numero di decessi per corona virus (l’unico dato paragonabile a quello di 8000 unità, prima riportato). La virologa Ilaria Capua, ad esempio, ha dichiarato che i contagiati sono molto di più di quelli dichiarati, “forse cento volte di più”, quindi il tasso di letalità, una volta riferito ai soli morti “per Coronavirus” potrebbe essere più di 100 volte più basso. Insomma, quello della letalità è un dato fasullo, che dice poco o niente, perché i numeri con cui viene ricavato non sono corretti. In un mondo senza bipensiero.

Certo, i numeri della Lombardia e della provincia di Bergamo in particolare sono impressionanti, ce lo dicono in continuazione ed è oggettivamente così, c’è poco da discutere. Ma perché i numeri di quella provincia sono così diversi rispetto al resto d’Europa e al resto d’Italia, dove pure il virus ha circolato liberamente almeno per un mese, e continua a circolare? È una domanda da farsi, in un mondo senza bipensiero.

Sono giustificate le misure anti-contagio dell’Italia?

Ancora, usciamo dall’Italia. La Cina ha reagito con misure più rigorose delle nostre e ne è uscita. Tutto il mondo segue il modello Italia, lo faranno tutti e chi non si adegua mette a morte larghe fette della propria popolazione. Del resto, vi sono costretti dalla dichiarazione di pandemia dell’Oms, che introduce protocolli obbligatori per gli Stati nell’affrontare la questione. La stessa OMS che ha oggi dichiarato che siamo di fronte alla crisi sanitaria che segna la nostra epoca e che l’Italia è all’avanguardia per misure prese.

Quindi, se lo fanno tutti significa che va fatto, che è giusto. Noi, in un mondo senza bipensiero, non abbiamo problemi a sostenere che quei numeri non giustificano le misure prese. Che sono misure senza precedenti, con conseguenze potenzialmente devastanti, inconcepibili sino a un mese fa e lo restano adesso, a meno di un atto di fede. Che in questo gioco non siamo tenuti a fare. Perché o le premesse sono errate o le conseguenze non sono logiche.

Un attimo. Siamo certi che ci risponderanno che il nostro discorso è qualunquista, che il problema non è la letalità del virus (non solo) ma il fatto che, essendo contagiosissimo ed aggressivo, costringe alla terapia intensiva e comunque all’ospedalizzazione tantissime persone. Che il nostro sistema non è preparato a questo. Che collasserà. Che molte persone saranno lasciate senza cura, a morire. Prendiamo per buona questa premessa. Ma dobbiamo ricordare il fatto che il sistema collassa, senza riflettori, quasi ogni anno anche per l’influenza. Basta cercare gli articoli dei giornali in rete. Ma perché? Il sistema è stato impoverito da anni di tagli sostanziali di risorse alla sanità, con chiusura di ospedali d’eccellenza e drastica riduzione dei posti letto, di cui si parla troppo poco e di cui, soprattutto, nessuno sembra responsabile, come se fosse un dato naturale. Ed è incredibile che si dia per scontato che sia normale che un paese abbia solo 5000 posti in terapia intensiva, che non sia in grado di produrre velocemente mascherine, che non sia in grado di aumentare i posti letto in pochi giorni a seconda delle necessità, che non sia in grado di allestire nuovi ospedali o di riaprire quelli, tanti, già esistenti e chiusi anche recentemente perché considerati un costo per la società. Che abbia pochi medici, pochi infermieri. Che, insomma, sia scontato che un paese non sappia far fronte ad un’emergenza senza chiudere le persone in casa. Perché se questo si dà per scontato, è evidente che è più semplice giustificare le misure prese. Sono domande che andrebbero fatte. Perché se non si comprende perché il virus è pericoloso, si rischia di non capire chi è davvero il nemico. Che dopo la guerra, se vinta, rimarrebbe impunito.

Insomma, a continuarlo il gioco i numeri non tornano, qualche casella è vuota, il puzzle manca di vari pezzi. A mettere tutti d’accordo ci pensano i nostri media, il governo e l’opposizione, nessuno escluso, che presentano il C19 come la nuova peste. Varrebbe la pena chiedersi perché (e lo faremo), ma in tale sede appare opportuno farsi un’ultima domanda: che conseguenze ha, a livello sanitario, questo panico indotto? Una su tutte: l’abbassamento delle difese immunitarie. La paura, l’ansia, il panico le riducono. È un dato acclarato, che nessuno in questi giorni pare voler ricordare. Come ricordava Raffaele Morelli, “il panico da contagio favorisce il contagio”, e lo faceva invitando le persone a stare all’aria aperta. Sullo stesso tasto ha insistito il virologo Giulio Tarro, un luminare nel campo di competenza, che appare stranamente inascoltato, su questo ed altri aspetti. Fatte queste premesse logiche, siamo sicuri che indurre panico e terrore nelle persone sia logico o comunque corretto?

Finiamo il gioco e torniamo a noi, sulla strada segnata dal genio italiano che tutti si apprestano a seguire. Reclusi in casa, e non certo fino al 25 marzo, come solo uno sprovveduto può pensare. No, non è 1984, ma non crediamo che quello che sta accadendo abbia precedenti in termini di privazione dei diritti individuali e sociali. Non certo nelle liberaldemocrazie contemporanee. E non riusciamo, pur facendo uno sforzo di fiducia in chi ci governa e ritornando ad accendere la tv, a comprendere come sia possibile che non si prendano in considerazione tutte le conseguenze sul piano psicologico, sociale ed economico delle misure prese, che rischiano di fare decine, se non centinaia, di migliaia di vittime.

Inorridiamo di fronte al terrorismo psicologico di tv e giornali, al bambino contagiato messo in prima pagina, ben sapendo che statisticamente (per i dati che vengono forniti) l’incidenza del C19 in termini di pericolosità sui bambini è pressoché nulla e se un bimbo è contagiato non significa che sia malato. Inorridiamo di fronte al moralismo sulla responsabilità civile unito al pressapochismo giuridico di norme scritte male, che elevano l’individuo recluso a gendarme e delatore del proprio simile che ha il coraggio e il buon senso di farsi una passeggiata o una corsa, da solo, senza che questo – in un mondo senza bipensiero – costituisca alcun pericolo per se stesso e gli altri. Tremiamo a immaginare cosa sia possibile far accettare, in nome dell’emergenza sanitaria proclamata senza se e senza ma, ad un popolo che appare vivo solo sui balconi, ad orari prestabiliti, e a portata di telefonino. Questo popolo oggi ci appare una pantomima di se stesso, degradato a massa manipolabile. E ci chiediamo cosa succederebbe se le Autorità proclamassero tra un mese di avere un vaccino da iniettare a tutti… o proponessero un microchip a ognuno dei nostri corpi, per controllarne gli spostamenti e salvare vite umane. Datevi una risposta. No, non sarebbe 1984. Sarebbe molto peggio.

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