Gli inganni economici che schiavizzano i popoli. Invito alla lettura di Ilaria Bifarini

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Le parole d’ordine del politicamente corretto, in relazione ai flussi migratori provenienti dall’Africa, sono note: l’immigrazione è un fenomeno irreversibile, la povertà delle masse dei paesi africani ha come unica soluzione l’approdo in Europa, spesso per la via italiana. Questo è un bene, ci dicono, perché senza immigrati l’Europa alla lunga morirà, incapace di reggere il proprio modello sociale ed economico senza l’apporto di forza lavoro extraeuropea. 

Si tratta di una descrizione di comodo, che svela, ad un esame più approfondito, un’intrinseca debolezza analitica e una chiara valenza strumentale. Il tentativo in atto, di fatto, è quello di “africanizzare” l’Europa, ma non per salvarla. Piuttosto, per mettere definitivamente in ginocchio i popoli europei. E non ne stiamo facendo, in questa sede, un discorso etnico o culturale. Ma economico. 

Sono anni, infatti, che l’Europa è sotto il giogo delle politiche economiche liberiste e del loro farmaco preferito, pagato a caro prezzo, ovvero l’austerità. Meno spesa pubblica, più tasse, contenimento del debito pubblico e del rapporto deficit/pil.  Bisogna, insomma, rispettare i parametri decisi a Maastricht e difesi a Bruxelles. Ormai siamo abituati a quello che anche in questo periodo leggiamo tutti i giorni sui quotidiani e che ascoltiamo in tv: l’ennesimo tentativo di un governo, quello giallorosso, così caro all’Europa, di preparare una manovra finanziaria senza risorse economiche. Perché di risorse non ve ne sono e quelle poche servono ad altro. Ovvero, a ripagare un debito. È questo il concetto essenziale.

Ed è in questa prospettiva che l’Europa si sta africanizzando. Perché l’Africa è stato il continente che per primo ha vissuto l’esperimento liberista portato alle sue estreme conseguenze, con esiti catastrofici: e il destino dei popoli africani è il miglior esempio per comprendere cosa significhi essere sotto ricatto del debito.

Ilaria Bifarini è una giovane economista italiana che ha affrontato l’argomento nel saggio I Coloni dell’Austerity. Africa, neoliberismo e immigrazione di massa, che abbiamo letto insieme all’ultimo lavoro dell’autrice, Inganni economici. Quello che i bocconiani non vi dicono, entrambi autoprodotti con la piattaforma Kindle. I lavori della Bifarini, partendo da una critica al modello liberista, aprono una prospettiva di riflessione inedita al grande pubblico, che dimostra che economia, sistema di sviluppo, tutela dell’ambiente e fenomeni migratori sono strettamente collegati. E che trattare uno solo di questi aspetti come se gli altri non esistessero quantomeno fa sorgere il sospetto di malafede in chi lo fa. E ci riferiamo a gretini, Ong e immigrazionisti nostrani, che difendono – spesso strumentalmente – gli stessi meccanismi che mettono a repentaglio coloro per cui dicono di battersi. Mentre la politica latita.

La Bifarini, in Inganni economici, conduce il lettore in una interessante analisi dei paradigmi scientifici che si sono succeduti nell’ambito della scienza economica dell’ultimo secolo. I “paradigmi scientifici”, come ben spiegò Thomas Kuhn, sono quegli assiomi di partenza – indiscussi, in quanto raccolgono il consenso degli studiosi della comunità scientifica di riferimento – su cui si sviluppa un pensiero in una determinata branca del sapere. Paradigmi che, come lo stesso Kuhn dimostrò, lungi dal rimanere intoccabili, nel corso della storia cambiano, facendo così mutare la stessa concezione di ciò che è scientifico a seconda del paradigma utilizzato. Il che dovrebbe far riflettere circa l’esistenza di parametri oggettivi che non possono essere messi in discussione, soprattutto alla luce di fallimenti evidenti. 

Il caso economico, da questo punto di vista, risulta esemplare. Il soggetto su cui è basata la visione che ha dominato il pensiero economico occidentale sino alla seconda metà del XX secolo è quello di un uomo razionale che farà scelte necessariamente utili al proprio benessere. Applicando la legge causa-effetto, il comportamento di tale soggetto, l’homo oeconomicus, risulta prevedibile, rispondente a regole matematiche, di fatto conoscibile. Su queste basi si costruisce la visione economica neoliberale e liberista, che pretende di essere scientifica. Gli economisti non hanno bisogno di altro, per dare le proprie ricette al mondo, di applicare il criterio di razionalità ai comportamenti umani. I fatti economici vengono considerati alla stregua dei fatti fisici e l’economia assume quasi la veste di una scienza naturale. Che basta a se stessa. Niente più etica in economia e, soprattutto, niente più politica. Con buona pace di Keynes e dei fautori dell’intervento pubblico.  

La visione descritta non è stata esente da critiche: nel dopoguerra, l’economista francese Maurice Allais dimostra che il comportamento economico dell’essere umano in situazioni di crisi non è poi tanto razionale. E quindi non è poi tanto prevedibile. E, pertanto, il paradigma dell’economia neoclassica va messo in discussione. E qui il primo paradosso. Quel paradigma, malgrado qualche opposizione, resiste nella comunità scientifica dominante. L’homo oeconomicus, razionale e sradicato, astratto rispetto alla realtà che lo circonda, fatta di variabili culturali e specificità non tutte razionalizzabili, resta il soggetto cui fa riferimento la scienza economica, quella che viene insegnata nelle Università. Quella che dirige la visione delle istituzioni economiche internazionali. Quella che domina le scelte della politica. Anzi, negli ultimi decenni, questa visione è diventata indiscussa e si è estesa anche al mondo non occidentale, grazie alla crisi della forma politica della modernità, lo Stato, che è coincisa con la crisi della stessa Politica, degradata a mera amministrazione. Per cui la scienza economica neoliberista non ha trovato opposizioni alle sue ricette e ha propagandato indisturbata quella visione dell’economia che ha prima provocato e poi alimentato crisi, aggiungendo veleno a veleno. Creando falsi miti e spacciandoli per verità assolute, malgrado i fallimenti delle ricette elargite, come quella dell’austerity. Malgrado le crisi, i morti e l’impoverimento, questi economisti continuano a elargire le loro verità indiscutibili. Noi europei ne sappiamo qualcosa. Ma prima di noi, come dimostra la Bifarini, lo hanno sperimentato gli africani.

La visione dell’Africa che emerge nel dibattito pubblico nostrano è quella di un continente dove i bambini muoiono di fame, dilaniato da guerre intestine, pieno di gente che scappa per sopravvivere e si rivolge a quella parte del mondo più fortunata, ovvero l’Europa. Che deve scegliere, a sua volta, se chiudersi o aprirsi, in uno gesto di solidarietà collettiva, alle masse che premono dal continente africano. Raramente ci si chiede, nei nostri salotti, perché accade tutto questo. Del resto non c’è tempo. Bisogna accogliere. Ancora, ed è il secondo paradosso che incontriamo in questa storia, si pone una questione etica nell’affrontare gli effetti, dopo che l’etica è stata espunta nella descrizione delle cause. E il giochetto funziona.

Eppure le cause della devastazione economica e sociale di buona parte del continente africano non sono un mistero. E occultarle è funzionale ad una visione del mondo che, come già previsto dal Lello Ragni nel suo Il mondialismo capitalista, lavoro profetico del 1992, necessita di esportare un modello, quello neoliberista appunto, che prevede la distruzione sistematica dei popoli e delle identità collettive a vantaggio dei grandi attori dell’economia internazionale: multinazionali, fondi di investimento, banche, i cui profitti sono così moltiplicati nell’epoca della mondializzazione, che oggi si chiama globalizzazione.

L’Africa tutta è il vero specchio di tale visione del mondo. Altro che solidarietà. Si tratta di uno dei continenti più ricchi di materie prime del globo che è al tempo stesso il più povero. La causa? Semplificando, è il debito pubblico che i governi africani sono costretti a pagare agli attori del mondialismo, che lascia ai popoli africani quelle briciole che non riescono a sfamarli. La Bifarini spiega per filo e per segno i meccanismi di questo business della miseria e della sofferenza. Racconta di un’Africa decolonizzata dagli stati europei per essere immediatamente ricolonizzata dal capitalismo neoliberista delle multinazionali europee e americane, spesso alleate di governi locali compiacenti e corrotti. Ci spiega lo scoppio del debito pubblico degli stati africani, creato ad arte dalle banche commerciali internazionali, che hanno inondato di credito il continente africano, in una spirale di crescita del debito che è diventata insostenibile negli anni 70 e 80, con gli schock petroliferi del 1973  e 1979 e l’apprezzamento del dollaro. Cita i cosiddetti “aggiustamenti strutturali”, misure economiche imposte dal Fondo Monetario internazionale e dalla Banca Mondiale, con il beneplacito dell’OMC ai paesi africani per ripagare il proprio debito, che null’altro sono che i primi esperimenti di austerity che hanno finito di impoverire le popolazioni africane, mentre il debito continuava a crescere senza essere più sostenibile. Con l’ennesimo paradosso, ora comprensibile, di paesi ricchissimi di materie prime che sono costretti ad esportarle a basso costo nei mercati esteri per ripagare il debito, mentre le popolazioni soffrono. E vengono spinte a emigrare. 

È un meccanismo dove i deboli perdono sempre più e i pochi forti aumentano i propri guadagni: creando profitti su profitti per i “professionisti” dell’immigrazione, le famose ONG, tra cui spiccano la BRAC e organizzazioni simili, che si occupano di finanziarla, l’emigrazione, concedendo microprestiti a chi vuole emigrare: “Così, dopo essersi indebitati per consentire ai propri figli di lasciare la propria terra alla ricerca di condizioni migliori, le famiglie degli emigrati continuano a indebitarsi per coprire altri debiti, in un processo capace di perpetrarsi all’infinito”.  La Bifarini racconta molto altro: del ruolo ancora fondamentale della Francia – e della sua moneta imposta – nelle sorti delle sue ex colonie. Dei colpi di stato, degli omicidi dei leader che si erano opposti a tale sistema, come quello di Thomas Sankara (raffigurato nell’immagine), il presidente del Burkina Faso che tiene nell’agosto del 1983 un discorso all’Organizzazione per l’Unità Africana denunciando la nuova schiavitù neocoloniale, quella del debito. Per poi venire assassinato meno di tre mesi dopo. Del caso libico. Dell’espansione cinese. Un testo che va letto se si vuole davvero comprendere cosa succede in Africa. E non solo.

Arriviamo a noi. Alla parte fortunata del mondo. Almeno per un  po’. Se si legge il libro della Bifarini sulla neocolonizzazione africana, qualche fastidio lo si prova. E non è solo per un senso di giustizia, che non appartiene a tutti per natura. La realtà è che il lettore attento non può non riconoscere nei meccanismi descritti dalla Autrice qualcosa di familiare. Che ci riguarda da vicino. Qualcosa che gli economisti del politicamente (ed economicamente) corretto, che la Bifarini definisce significativamente bocconiani, non ci dicono, appunto.

I primi segnali forti di “africanizzazione”, qui in Europa, si hanno con la crisi del 2008 (ma le cause sono precedenti), e le conseguenti politiche di austerità imposte dall’Unione Europea che hanno devastato paesi come la Grecia e messo in ginocchio altri paesi europei come il nostro. Sul presupposto della validità delle politiche liberiste di contenimento della spesa e aumento delle tasse, altri inganni economici da noi così ben propagandati da Monti e dalle lacrime della Fornero. Come in Africa, la stessa visione mercantilistica, nella Ue a guida tedesca. Gli stessi assurdi parametri economici, come il rapporto 3% deficit/pil (un numero a caso senza alcuna valenza effettiva) che ipoteca la vita di ognuno di noi. Lo stesso spauracchio del debito pubblico, che non ha alcuna solida base scientifica, e che diviene un cappio al collo solo con l’adozione di una moneta non sovrana quale l’euro e la perdita conseguente di sovranità monetaria (che ricorda ciò che significa per alcuni stati africani l’adozione di un’altra moneta non sovrana, come il franco Cfa). Sono tanti gli Inganni economici, sperimentati sugli africani, che oggi determinano le nostre esistenze di europei. I lavori della Bifarini lo dimostrano e vanno letti da chiunque voglia contrastare la vulgata dominante del politicamente corretto. 

La battaglia contro l’immigrazione è, pertanto, una battaglia contro coloro che la sfruttano. Una battaglia che dovrebbe appartenere a chiunque abbia a cuore il destino e l’identità del popolo cui appartiene, europeo o africano che sia. Rispondere ai finti buonisti e difensori dello ius soli in malafede e a coloro che li appoggiano, magari in buona fede, con lo spauracchio della immigrazione clandestina riferita ad un problema di mera sicurezza, come troppo spesso si vede fare da formazioni politiche che si definiscono “sovraniste”, forse può pagare in termini elettorali, ma non sposta di una virgola il destino di assoggettamento cui sono sottoposti i popoli europei e con loro il resto del mondo.

Una vera critica all’immigrazione e perfino una vera sfida ecologista – si guardi alla devastazione ambientale dell’Africa dovuta al depauperamento delle risorse ambientali necessarie a pagare i neo colonizzatori – non può prescindere dalla critica al modello economico neoliberista e alla sua componente monetaria e finanziaria. Come diceva Ezra Pound, in alcuni versi del 1941: “Tutti gli altri peccati sono chiari, solo Usura non viene compresa”. Il problema è, allora come oggi, lo stesso. Pound metteva in guardia da ciò che sarebbe realmente accaduto, con un’accelerazione impressionante dal Dopoguerra ad oggi. Fu messo in manicomio. 

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