Questione di identità, oggi come allora

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Strani i giorni che stiamo vivendo e non tanto per le pur interessanti beghe parlamentari e il saliscendi degli indici di gradimento dei singoli partiti. Nella ricerca del nemico, l’uomo moderno ha scoperto l’inquinamento e si sta attrezzando – più con mascotte che giocatori – alla battaglia finale. Ora, è interessante che dietro alla visiera del pompiere ci sia il piromane di ieri, ma a ben vedere è dalla Seconda Guerra che distruttori e salvatori sono la stessa persona. Così ci si lambicca per capire come continuare a consumare senza offendere il mare, come proliferare senza annegare, come rendere compostabile l’inesistenza nostra, senza scomporci i capelli.

Proponiamo di seguito un riadattamento dell’editoriale che nel 2006 apriva il secondo numero di Incursioni, intitolato “Questione di identità”. A distanza di 13 anni torniamo sull’identità, perché non esiste rispetto dell’altro e della Natura, se non partendo dall’essere, che è sempre un essere-qui. Questo articolo è il primo di una serie, durante la quale tratteremo il rapporto tra uomo, identità e ambiente.

Editoriale da “Questione di identità”, Incursioni n. 2

Quello dell’identità, individuale o collettiva, è un concetto più che attuale. Discusso da più parti, difeso o demonizzato, appare in ogni caso concetto trasversale, di non facile definizione. Probabilmente, l’identità non può definirsi completamente. Non sembra si possa ridurre a concetto filosofico. Cogliere la portata dell’identità significherebbe cogliere una totalità. Che non si pensa, ma si contempla.

Volendo semplificare, diremmo che il problema identità può essere oggetto di due approcci molto diversi tra loro. Il primo è quello proprio del pensiero dominante, pesantemente condizionato da quella che Alain de Benoist ha felicemente definito “l’ideologia dell’identico”. Partendo da ciò che accomuna gli uomini e rifuggendo ciò che invece li differenzia, questo pensiero, figlio della modernità, non concepisce l’identità che come mera caricatura. Si tratta della rappresentazione di un pensiero debole, incline soltanto a ciò che può essere quantificabile o sistematizzabile, a ciò che è razionalmente dimostrabile. E l’identità, invero, è concetto poco scientifico. 

L’identità, infatti, non si misura. Il sentimento di appartenenza non è quantificabile. Il legame con le proprie radici, la propria storia, il proprio ambiente presuppone un uomo differenziato, lontano dal tipo umano oggetto della scienza moderna e irriducibile all’individuo razionale di stampo illuminista. L’identità chiama in gioco pulsioni emozionali ed istintive, non esclusivamente razionali, considerate sintomo di un mondo arretrato e, quindi, pericoloso. Per questo chi riafferma la necessità di difendere le identità collettive si trova spesso ad essere accusato di razzismo, nazionalismo o fanatismo, o semplicemente di essere favorevole al regresso del mondo.

Evidentemente, molti di coloro che si richiamano positivamente all’identità, lo fanno in questo stesso orizzonte dettato dalla modernità: per costoro l’identità è sinonimo di chiusura e particolarismo, in perfetta coerenza con la concezione tutta moderna che vede l’uomo quale individuo isolato che si trova quasi costretto a rapportarsi agli altri e lo fa generalmente mediante un contratto. La attuale idea di nazione, che trova tra i fautori dell’identità ancora parecchi ammiratori, è il frutto di questa concezione artificiale e giacobina, che passa senza soluzione di continuità da un individuo assoluto ad una collettività assoluta, che non conosce corpi intermedi né differenze al proprio interno. La stessa mondializzazione può essere facilmente ricondotta al culmine di questo processo, in cui l’appartenenza politica alla nazione è superata a vantaggio di una sedicente umanità.

Di conseguenza, come accaduto in qualche recente caso, il discorso sull’identità diviene mero luogo comune propagandistico, giocato in vista di un tornaconto elettorale e riferito al problema più  urgente di questo inizio secolo, e cioè quello della sicurezza. Nella sempre più reale guerra di tutti contro tutti il concetto di identità viene legato, hobbesaniamente, a quello di paura. Paradossalmente il richiamo all’identità collettiva è fatto in nome di una visione del mondo – fondata su un individuo che persegue esclusivamente il suo utile particolaristico e che concepisce la sua libertà come mera difesa – che contribuisce a distruggerla.

Vi è un approccio alternativo al tema dell’identità? La risposta deve essere affermativa e resta ad appannaggio di tutti coloro che fanno dell’identità uno dei richiami fondamentali di un pensiero forte. Questo approccio non considera l’identità da un punto di vista squisitamente razionalista ed illuminista. Non vuole spiegare l’identità, o almeno non si accontenta di questo. Questo pensiero concepisce l’individuo come un essere radicato, che si rapporta continuamente agli altri e all’ambiente che lo circonda: individuo concreto e differenziato, fatto di ragione ed istinto in equilibrio tra loro. Certo, un essere non statico, ma dinamico: un individuo che ha il senso delle proprie radici e che vive partecipando e contribuendo alla storia della propria comunità. L’identità collettiva è il frutto del riconoscimento di radici comuni che non devono essere scritte da nessuna parte ma semplicemente esistono: nella terra che si abita, nel paesaggio che si riconosce, nelle parole che ci si scambia, nei simboli che accomunano, nella interiorità di ognuno. Ed è questa consapevolezza della propria identità, della propria provenienza che permette di rapportarsi a colui che è differente, rispettandolo e non ritenendolo un pericolo oppure un essere da rendere identico.

Pertanto, se è vero che l’identità è un concetto problematico, è altrettanto esatto che è un riferimento sempre più vago, perché sempre più si riduce ciò che differenzia rispetto a ciò che omologa i popoli. Ma oggi un pensiero forte e ribelle può costruirsi sull’identità: criticando la concezione corrente del pensiero unico e l’uomo che ne consegue, troppo spesso occupato non solo a consumare merci, ma anche emozioni. Quest’individuo è l’homo oeconomicus rintracciabile nelle pagine di Polanyi. L’uomo ridotto al biologico di Chargaff. E ancora, l’essere sradicato e nevrotico descritto da Houellback nei suoi romanzi, per indicare tre maestri in campi diversi del sapere.  

La riflessione sull’identità è un invito alla riscoperta e alla costruzione. Un tentativo di ricollocare l’individuo nella sua dimensione concreta. In questo senso, l’identità si sceglie. Si riconosce, in se stesso e negli altri. Pensare l’identità collettiva significa riappropriarsi di una dimensione naturale, che è lì a portata di mano. Riappropriarsi dei simboli, della terra, dei gesti. Cominciare a riflettere su un modello politico che le garantisca. Procurarsi gli strumenti per comprendere meglio una realtà che ci sfugge, velocemente. Per legare il passato al futuro. La provenienza alla meta. Non è necessario un pensiero che ci dica cos’è precisamente l’identità. Ma occorrono uomini che decidano di viverla, difenderla, costruirla. 

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