Potenza ha un Sindaco leghista. Per fortuna.

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La Lucania, terra di brigantaggio, elegge a Potenza un sindaco leghista. Ed è il primo comune del Sud di una certa importanza ove accade. La portata simbolica dell’evento non sfuggirà, ne siamo sicuri, ai militanti (pochi per la verità) e ai simpatizzanti meridionalisti, che vedono, per la maggior parte, nel partito del Carroccio l’incarnazione del male. Già immaginiamo le parole che verranno spese sulla questione, che ondeggeranno tra incredulità, stupore e vergogna.  A noi, che siamo nati ormai 15 anni fa coniugando la difesa della nostra terra (che è il Sud, prima di essere l’Italia e l’Europa) con il pensiero identitario, non dispiace. Anzi.

Pensiamo che considerare, in questo momento storico, la Lega come un nemico significa fornire di quel che rimane del meridionalismo la versione “politicamente corretta”, ovvero quella ad uso e consumo delle elites finanziarie. A questo punto tanto vale aggregarsi, seguendo la scia dei centri sociali, a De Magistris e al suo meridionalismo arcobaleno, che ci racconta la storiella di Napoli città dell’accoglienza e dell’umanitarismo. Ma, soprattutto, significa non aver compreso quello che sta accadendo non solo a livello italiano, ma globale.

La contrapposizione politica è ormai da anni, semplificando, tra movimenti identitari (altrimenti detti sovranisti o populisti) e strenui difensori dei processi di globalizzazione. Nel 2016 questa contrapposizione, come spiegato mirabilmente dal compianto Emiddio Novi (“La Riscossa Populista”, edito da Controcorrente), conosce una svolta in quanto da latente diviene effettiva, spostandosi sul terreno elettorale. Nel senso che i movimenti sovranisti iniziano a raccogliere il consenso di una parte dell’elettorato, in alcuni casi molto significativo, che non abbocca più alla storiella ottimistica della globalizzazione quale portatrice di diritti, vantaggi e progresso per tutti ma che avverte, al contrario, l’esigenza di difendere ciò che è in pericolo: la propria cultura, le proprie radici, la propria lingua, la propria tradizione, ovvero tutto ciò che fa da contorno indispensabile all’esistenza degna di un essere umano portatore di senso. E difenderlo significa combattere contro il vero nemico: i fautori della globalizzazione, i difensori dell’economia finanziaria e speculativa senza regole che affama i popoli e ne pretende il livellamento e la riduzione in una massa informe, sempre più facile da gestire, rimbecillita da gadget tecnologici e serie tv. I nemici parlano inglese, sono fautori dei diritti umani e ripetono ossessivamente il mantra del politicamente corretto per squalificare e demonizzare l’avversario di turno. Nel nostro continente sono gli entusiasti dell’Unione europea e della moneta unica, i coloni dell’austerity e i difensori dell’immigrazione incontrollata, i critici della sovranità dei popoli. In Italia sono tutti i partiti tradizionali, da quelli di estrema sinistra, ormai ridotta a presenza insignificante, al Partito Democratico, dalle liste della Bonino per arrivare all’odierna Forza Italia e ad ampi settori del pur giovane Movimento 5 stelle, che assurge ormai a fenomeno di baraccone proprio per la contraddittorietà insita tra le istanze che lo animano, che ne fa un carrozzone elettorale in caduta libera, il cui unico pregio è esserci stato nel momento in cui, al Sud, si è creato un vuoto rappresentativo. Quindi al Sud, appunto, ci sono i 5 Stelle. Almeno per ora.

Giocoforza, la Lega, in Italia, è l’unico soggetto in questo momento storico capace di raccogliere e rappresentare le istanze identitarie contro i difensori dei processi di mondializzazione. Non comprendere questo semplice dato di fatto significa fare il gioco di questi ultimi, schierarsi contro le identità, ovvero, cari meridionalisti e identitaristi, contro voi stessi e ciò che dite di voler difendere. Che la Lega sia all’altezza della situazione è tutto da vedere. Ma in genere questo dipende dagli uomini che fanno un movimento, non dal movimento in sé. E questa considerazione apre lo spazio ad altre due.

La prima è che se al Sud non vi è stato, nel momento cruciale, un movimento identitario che ha potuto raccogliere e rappresentare la battaglia contro il vero nemico è un problema tutto del Sud, che non ha espresso uomini all’altezza e, di conseguenza, movimenti con una struttura tale da poter rispondere presente. Addossare la colpa alla Lega per questo è da meridionalisti piagnoni e vittimisti, che sono due dei tratti che hanno distrutto sul nascere ogni velleità di meridionalismo volitivo e potente.  Continuare a stupirsi e a lamentarsi del fatto che Potenza elegga un sindaco leghista è un’ulteriore prova di incapacità. Basterebbe ricordare come, negli anni Ottanta, il pensiero meridionalistaha ricevuto nuova linfa e slancio a partire dalla sua capitale, Napoli, grazie a quell’uomo straordinario che era Angelo Manna, che difendeva la nostra terra e la sua storia con alle spalle il simbolo del partito per cui era stato eletto, ovvero una fiamma tricolore. Senza che ci fosse alcuna contraddizione tra il messaggio e il simbolo, perché in effetti, a nostro avviso, non ve ne era.

La seconda è che lo sfondamento al Sud comporta la necessità, che prima poteva essere solo elettorale ma che adesso diviene concreta e non prorogabile, per la Lega di avere una classe di amministratori, dirigenti e militanti sul territorio. E questo territorio non è più solo quello di Bergamo e Varese, ma anche quello di Potenza, Napoli, Bari, ecc. Sarebbe un grosso errore per la Lega rivolgersi ai soggetti politicamente già esistenti sui territori meridionali, fuoriusciti dei vecchi partiti e compromessi con il vecchio sistema e alla ricerca di nuova vita elettorale e clientelare, errore che alla lunga pagherebbe. È pur vero che l’alternativa ad una semplice cooptazione dei fuoriusciti da Forza Italia e Alleanza Nazionale può essere fornita solo da chi ha veramente a cuore il destino della propria terra, ovvero dai soggetti migliori che sinora sono stati silenti o imbrigliati nella logica dei gruppuscoli meridionalisti. Perdere quest’occasione sarebbe imperdonabile, anche perché priverebbe i nostri territori della possibilità di una sana rappresentanza non solo nella battaglia contro il vero nemico globale, ma anche – all’interno di un nuovo e auspicabile soggetto identitario – nell’ambito di una dialettica con i leghisti settentrionali.

Ben venga, pertanto, il primo sindaco leghista di Potenza, che – per citare uno storico amico del nostro gruppo in quella città – “è un ragazzo di Potenza perbene, preparato e competente, cha ama la sua città alla follia. E lo fa da quando Salvini non sapevamo nemmeno chi fosse”. E non ci dispiace nemmeno che alle elezioni europee il Sud abbia espresso, tra gli eletti sotto il simbolo della Lega, Vincenzo Sofo, ragazzo di origini calabresi ma nato e cresciuto a Milano, e uno dei fondatori del gruppo de “Il Talebano”, da sempre schierato su posizioni identitarie, ovvero sulle nostre posizioni. Quello che ci fa specie, invece, è che un partito come quello dei 5 Stelle prenda il 39 per cento a Napoli, senza un chiaro programma e senza uomini all’altezza, e questo solo perché non si è creato altro. Quello che ci ripugna è che il PD faccia man bassa di consensi nei quartieri migliori della nostra città, e in questo Napoli non è meglio o peggio di Milano e Roma, ove avviene lo stesso. Su questo dato elettorale ci sarebbe da riflettere. Su questo ci sarebbe da stupirsi, vergognarsi e indignarsi. Non su Potenza.

 

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