Il Meridionalismo ‘politico’ non è morto. Semplicemente non è mai nato

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I più attenti osservatori politici vedono il mutato quadro politico italiano come il laboratorio della politica che verrà, sia sul piano nazionale che internazionale. L’assunto è condivisibile. Una riprova concreta dello scontro in atto sembra essere l’attenzione/ossessione che i media e il mondo della “cultura” accreditati stanno riservando ad ogni atto o fatto commesso o omesso dal nuovo governo sovranista/populista. Se la premessa è giusta, allora non sarà banale rivolgere una particolare attenzione anche al nostro Sud.

La domanda che sembra opportuno porsi è: esiste ancora uno spazio, un’agibilità politica per i movimenti identitaristi e, in particolare, per quel coacervo di idee e rivendicazioni che chiamiamo Meridionalismo? La questione è complessa anche perché, a ben vedere, secondo la declinazione dell’identità data dal nostro Centro Studi, ad oggi movimenti identitaristi compiuti non se ne vedono in giro e meno che mai si vede o si è visto in passato un vero e serio movimento meridionalista.

L’esperienza della Lega Nord è naufragata, sotto questo profilo, in un regionalismo inconcludente avallato da una classe politica espressione per lo più di un ambiente ricco e pacchiano, spazzata via dagli scandali del “trota “; quella catalana, più che una rivoluzione, è sembrata una lunga mobilitazione sessantottina; in Scozia è fallito il referendum frutto di una vita di lotte e battaglie…solo per fare qualche esempio.

E al Sud? Nel meridione d’Italia? Il Sud è uno spazio politico determinante sia su un piano politico nazionale che su un piano geopolitico, come appare evidente in questo momento, soprattutto se gli intendimenti del presidente Trump, circa il ruolo dell’Italia nella gestione dei flussi migratori e della pacificazione della Libia, sono reali. Eppure al Sud non vi è una vera forza politica rappresentativa del territorio, ma piuttosto un temporaneo e presumibilmente breve riconoscimento tra elettorato e M5S, ovvero il populismo nudo e crudo. La questione è cruciale, perché se da un lato l’en plein di voti del M5S nel Mezzogiorno è destinata fisiologicamente a ridimensionarsi, dall’altro i vecchi partiti non sembrano avere le idee e gli uomini per recuperare consenso e certamente non si potrà assistere al rifugio, da parte dell’elettorato, nell’astensionismo perenne.

Di fronte a ciò, bisogna prendere atto che il Meridionalismo nulla ha partorito nella storia post-bellica italiana. Eppure, gli uomini ci sono stati (e come) e le idee anche. Sul perché ciò non si sia concretizzato politicamente è dato interrogarsi: le ragioni di questa assenza, a nostro avviso, sono metapolitiche, simboliche: l’aggressione risorgimentale del Sud è troppo lontana nella memoria, del sangue che pure fu versato non vi è ricordo. Senza mito fondativo, non vi è nulla. Sta di fatto che in questi decenni, nel meridione, abbiamo studiato ed assistito alla nascita di rimarchevoli ed eroiche esperienze culturali ed editoriali. Poi il nulla.

Ed il nulla si è composto e palesato sotto la forma di Meridionalismo-cattolico-tradizionalista; Meridionalismo elettorale (ovvero la creazione di liste elettorali appoggiate da una miriade di piccoli movimenti e sigle, il cui risultato è sempre stato uno scientifico zero assoluto); per poi arrivare al Meridionalismo di sinistra, quello dei giorni di oggi: qualche centro sociale occupato, il Sindaco di Napoli che gioca a fare il brigante/partigiano, qualche best seller sui primati di un passato che non tornerà … e qui fu Napoli. Altro aborto, altro piccolo scherzo della storia di cui nessuno porterà il ricordo.

Certo è che lasciare nelle mani dei nuovi giacobini le gesta dei nostri briganti suona male. Il rischio è una rinnovata storicizzazione e conseguente neutralizzazione di ciò che è stato, con i soliti metodi conosciuti: così Ninco Nanco diventerà qualcosa di simile a un partigiano o a un sindacalista; succederà quello che è già successo con la nostra musica etnica, li dove sono riusciti a far diventare, nell’ immaginario comune, quella che un tempo fu l’intuizione della Nuova Compagnia di Canto Popolare una pizzica salentina; canti di guerra e di libertà adattati e ammansiti per accompagnare una sagra.

Allora la risposta più semplice alla nostra domanda iniziale dovrebbe essere la seguente: il sovranismo, riportando indietro le lancette della storia al ruolo centrale degli Stati nazione, non permetterà la nascita di un movimento identitarista, piuttosto sarà un acerrimo nemico di qualsiasi tentativo in questo senso e non vi sarà alcun spazio politico per un meridionalismo declinato in senso identitario. Appare questa, a nostro avviso, la risposta più semplice ed anche la più banale. Se il primo assioma di un movimento identitarista è “tornare padroni a casa nostra”, l’attuale momento storico è probabilmente quello in cui sussistono i presupposti per la nascita di un movimento di tal guisa anche al Sud.

Il sovranismo (e non il populismo per come declinato al sud) è l’unico vero alleato storico e metapolitico per la nascita del vero e primo movimento Meridionalista. In tal senso va letta con apprezzamento l’iniziativa di alcuni uomini del Sud che si mobilitano per la nascita della Macroregione. Gli spazi non sono mai stati così aperti e l’agibilita politica è concreta e reale. Perché inteso nella sua veste politica, il Meridionalismo non è morto. Semplicemente, non è ancora nato.

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