Verità, certezze scientifiche e manipolazioni giornalistiche

Verità, certezze scientifiche e manipolazioni giornalistiche

Pubblichiamo, per concessione di CulturaIdentità, un contributo di Mariano Bizzarri, professore presso il Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università La Sapienza di Roma. Da leggere per confutare l’idea malsana da salotto tv, secondo cui ciò che dice la Scienza sarebbe verità assoluta e non il frutto di dubbio, dibattito e confronto.

In ambito scientifico non si parla mai di “verità”, intesa nel suo significato assoluto – metafisico – e si preferisce parlare di “evidenza”, ovvero del fatto che un insieme di dati e fenomeni possano essere spiegati da una teoria o sulla base di una “legge” che viene sperimentalmente sottoposta a verifica. Questo approccio è stato ampiamente trattato dai filosofi della scienza, in specie da Karl Popper che ha proposto il ben noto “criterio di falsificabilità”. Esso afferma che una teoria, per essere controllabile, perciò scientifica, deve essere “confutabile”: in termini logici, dalle sue premesse di base devono poter essere deducibili le condizioni di almeno un esperimento che, qualora la teoria sia errata, ne possa dimostrare integralmente tale erroneità alla prova dei fatti. Se una teoria non possiede questa proprietà, è impossibile controllare la validità del suo contenuto informativo relativamente alla realtà che presume di descrivere. Rovesciando l’assunto di base dell’empirismo – e la fallace sicumera del concetto di verità scientifica accettato dai mass media – Popper finiva così con il sottolineare come gli aspetti più importanti (e fecondi) di una teoria scientifica risiedono proprio nel fatto che non può assicurare certezze.

Se questo stride con il senso comune, può invece essere ben compreso qualora si consideri la natura ambigua del concetto di “legge” su cui riposa l’intero edificio. Il termine “legge” non ha qui il carattere normativo che assume in ambito giurisprudenziale, ma esprime le correlazioni che sussistono tra gli enti che intervengono in un fenomeno oggetto di indagine scientifica. Queste correlazioni – e la loro evoluzione temporale – sono oggetto di indagine statistica che cerca di individuare ricorrenze e variazioni significative. La “evidenza” che ne emerge è quindi di tipo probabilistico, e non riposa su alcun assunto assoluto. L’esempio preclaro è quello offerto da Werner Heisenberg che, dimostrando come fosse impossibile (a livello microscopico) determinare con certezza la posizione di una particella pur conoscendo le altre due variabili della legge (s=v x t), ne deduceva che l’unica informazione ricavabile poteva essere di ordine probabilistico. Così moriva il concetto neopositivista di determinismo assoluto.

Non solo, ma le “relazioni” oggetto di studio presentano la sgradevole proprietà di essere dipendenti dalla scala di osservazione. Le “leggi” che regolano i fenomeni microscopici (fisica quantistica) differiscono – nella forma e nella sostanza – da quelle vigenti in ambito macroscopico (fisica Newtoniana) e da quelle della fisica relativistica (Einstein). Non solo. Queste leggi mostrano di essere strettamente dipendenti dal “contesto” entro cui si svolge un fenomeno. Sembrerà strano ma, per esempio, anche la venerata legge di Coulomb (cariche elettriche identiche si respingono, mentre si attraggono quando sono opposte) non è più valida se le particelle cariche sono immerse in un colloide: in questo caso le particelle di segno identico si attraggono. Tutto questo per dire che la scienza – quella vera e non quella strombazzata su TV e giornali – rifugge dalle affermazioni apodittiche e dalle certezze assolute. In ambito biomedico una conferma drammatica di quanto precaria sia la certezza su cui basiamo le nostre conoscenze è stata apportata da un articolo del 2005 di John Joannidis, “Why Most Published Research Findings Are False”. L’articolo rivelava irrefutabilmente che la maggior parte degli studi clinici e di biologia molecolare risultano inaffidabili e, in buona sostanza, non dimostrano proprio niente. L’articolo ha suscitato uno scalpore senza pari ed ha aperto quelle che è oggi nota come “crisi della riproducibilità”, caratterizzata dal fatto che la maggior parte degli studi condotti, spesso realizzati con eccessiva fretta, mancanza di controlli, inadeguato supporto teorico, una volta replicati, non hanno confermato i risultati pubblicati nei primi lavori.

Questo è quanto avviene nei laboratori e viene comunque correttamente riportato nei giornali scientifici. Tutt’altra musica quando si leggono i resoconti sulla stampa, dove si parla dell’incessante marcia del progresso, di continue ed avveniristiche scoperte, del (sempre) prossimo traguardo nella ricerca del farmaco miracoloso per la cura del cancro. La versione mediatica della scienza è plasmata su un cliché neopositivistico abbastanza ingenuo: la scienza produce verità incontrovertibili che si traducono in benefici tecnologici certi. Non sembra esserci spazio per dubbi, contraddizioni né tantomeno per dibattito. Eppure il cuore vivo della ricerca scientifica si nutre proprio di questo, al punto tale da far affermare a Niels Bohr – premio Nobel per la Fisica – “che meraviglia quando ci imbattiamo in un paradosso: questo ci offre l’opportunità di scoprire qualcosa di importante”.

La versione mediatica della ricerca scientifica è invece quella di un corpo sacerdotale depositario di verità incrollabili, vere una volta per tutte, che i ricercatori – sacerdoti della nuova religione che ha soppiantato quella antica – dispensano spesso ricorrendo a formule astruse, tanto per creare un po’ di confusione. La realtà, più prosaica, è che disponiamo di poche certezze e anche queste vanno invocate cum grano salis, piuttosto che istituire Tribunali della Suprema Verità, come quelli invocati in questi giorni dai guru televisivi (virologi in primis). Dovremmo trovare il coraggio di cui si parla nel film Core, quando uno scienziato, rivolgendosi ad un collega in merito al sopraggiungere di una catastrofe ambientale, lo esorta a ripetere con lui: “Io non lo so”. Ma proprio perché sostitutiva della Religione, la Scienza viene oggi strumentalizzata a supporto di scelte politiche (o per giustificare l’assenza di scelte politiche) o commerciali. E questo spiega l’enfasi interessata che i media rivolgono a questa o a quest’altra (apparente) scoperta, guardandosi bene dal solo menzionarne molte altre che metterebbero in crisi l’intera costruzione ideologica.

La scienza non può sostituirsi alla religione e non offre alternative valide a quella ricerca di senso che, da sempre, caratterizza l’avventura umana. Ha certo un compito importantissimo, ma proprio perché confinato in un ambito fenomenologico in cui la unica verità possibile è sempre “approssimata”. Vera fintantoché non ne verrà dimostrata la falsità o l’incompletezza. Come asserito da Kurt Gödel, non tutto ciò che è vero è dimostrabile. Verità e dimostrabilità appartengono a mondi diversi.

Prof. Mariano Bizzarri
Dip. Medicina Sperimentale
Università La Sapienza, Roma

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