CoVid-19: Altro che modello italiano! [Giorno 5]

CoVid-19: Altro che modello italiano! [Giorno 5]

In un’interessante intervista radiofonica di sabato 21, il dott. Ernesto Burgio, Presidente del Comitato scientifico della Società italiana di medicina ambientale, accusa i propri colleghi di aver sottovalutato il rischio del CoVid-19 – definendolo “ampiamente prevedibile” – e, in ogni caso, di aver perorato una strategia di contenimento non efficace, tralasciando la creazione di “corridoi sanitari”, ovvero ospedali da campo per i contagiati e permettendo al virus di dilagare. I contagiati, infatti, dovevano essere tenuti lontano dagli ospedali civili, noti luoghi di moltiplicazione del virus e di contagio per medici e pazienti. Cosa che i cinesi hanno fatto immediatamente, costruendo un ospedale apposito in pochi giorni. Sempre Burgio ci dice cose interessanti, che gettano ombra sulla reale efficacia delle misure governative, in tema di distanziamento sociale e sulla tutt’altro che campata in aria teoria dell’immunità di gregge, come del resto già aveva fatto Giulio Tarro, virologo di fama mondiale.

In un’intervista di ieri è intervenuto sulla questione dei pericoli dell’ospedalizzazione il Presidente dei virologi europei, Giorgio Palù, che ha chiesto l’intervento del Ministro Speranza per evitare i ricoveri non necessari, perché aumentano la contagiosità, in quello che è un vero e proprio stato d’accusa della sanità lombarda. È di ieri anche l’intervista a Sergio Romagnani, professore di Immunologia dell’Università di Firenze, che ha detto senza mezzi termini che gli ospedali non sono stati protetti dal contagio.

Insomma, questa comunità scientifica che detterebbe la linea al nostro Governo è tutt’altro che coesa e le crepe cominciano a farsi evidenti, anche tra gli esperti a cui è concessa una certa visibilità. E questo nonostante l’Oms abbia elogiato pubblicamente le scelte del governo italiano, ponendole a modello della strategia mondiale di contenimento al virus. Con la conseguenza che tutti i paesi si sono affrettati a seguire l’Italia, ognuno con diversi gradi di intensità.

Nessuna chiarezza e continui cambi di rotta

Il nostro governo, però, ha tenuto un comportamento tutt’altro che lineare nella gestione della crisi. Dopo aver dichiarato lo stato di emergenza nazionale per 6 mesi a partire dal 31 gennaio, seguendo l’OMS che dichiarava ufficialmente il focolaio internazionale di Covid-19, diffondeva uno spot con il buon Mirabella, che invitava gli italiani a non preoccuparsi più di tanto. Scoppiato il focolaio nel lodigiano – sulla cui gestione iniziale a questo punto le ombre si addensano – si creava la prima zona rossa. Poi si chiudevano le scuole in Lombardia, Emilia e Veneto. Successivamente partiva un’operazione – durata un paio di giorni per la verità – di normalizzazione, in cui si invitava a uscire di casa e fare gli aperitivi. Poi, in un crescendo, si chiudevano le scuole, si adottavano le misure di distanziamento sociale, si chiudeva la Lombardia tutta e poi l’intero paese.

Tutte queste scelte, ci ripete il Presidente del Consiglio, sono state avallate dal Comitato tecnico scientifico istituito il 3 febbraio per l’emergenza in atto e, di fondo, dall’Oms, rappresentata al governo da Walter Ricciardi, consulente del Ministro della salute, a partire dal 24 febbraio.  Lo stesso Ricciardi che il 1 marzo dichiarava che, a parte le tre regioni del Nord, il resto d’Italia era sotto controllo. Il 10 marzo, dopo le misure più rigorose, si rimangiava l’affermazione precedente, in un’’intervista che rappresentava di fatto una feroce critica all’Esecutivo, ove viene detto che l’estensione della chiusura a tutta l’Italia è stata necessaria per “il movimento di persone inconsulto da Nord a Sud”, provocata dal Governo che aveva preannunciato la chiusura della Lombardia. Dichiarava, altrettanto candidamente, che i decessi riferiti al Coronavirus vengono contati male e sovrastimati e che “problemi burocratici” impedivano all’ISS di elaborare velocemente i dati reali sul contagio e che tutto il dato nazionale risultava pesantemente condizionato dal dato lombardo, ove la terapia intensiva era sotto stress e finiva per non lavorare al meglio.

Ma quale modello italiano?

Insomma, appare evidente che – anche sotto il profilo sanitario – non regge il mantra dell’ “abbiamo fatto tutto quello che ci dicevano di fare”.  Difatti, il bilancio della gestione della crisi italiana è pessimo. I numeri – che in ogni caso appaiono ancora oggi oscuri – non accennano a migliorare. Il paese è già in recessione e ci dobbiamo sorbire gli esperti di turno che addirittura arrivano a paventare reclusioni – forse mitigate – sino almeno all’estate, senza comprendere gli esiti catastrofici di questo scenario sotto il profilo economico, psicologico e sociale.

Sia detto, quindi, chiaro e tondo: non esiste alcun modello italiano. Piuttosto abbiamo assistito a repentini cambi di rotta e a errori madornali che si sono protratti sin dall’inizio e che non sembrano aver insegnato granché. Questo va chiarito, perché è inaccettabile l’idea che la responsabilità politica venga riversata di volta in volta su una comunità scientifica inesistente (in quanto evidentemente divisa: lo stesso Burgio dichiara di aver avvertito chi di dovere sin da gennaio e di essere rimasto, insieme a chi la pensava come lui, inascoltato) o in basso sul popolo disobbediente (che non applicherebbe alla lettera le misure di contenimento e, in definitiva, il “distanziamento sociale” sulla cui utilità scientifica persino l’Oms ha dei dubbi).

Non esiste alcun modello italiano, anche perché la risposta ad una crisi sanitaria divenuta immediatamente economica, prevede che anche su questo versante vi siano indicazioni chiare, precise e rassicuranti. Invece, al contrario di quanto fatto da Francia, Germania, Usa e addirittura Spagna, noi ci troviamo ad aver fermato il paese molto prima e ad aver adottato, in ritardo, delle misure chiaramente inadeguate e oggettivamente offensive rispetto alla parte produttiva del paese, ovvero le piccole e medie imprese. Si pensi al bonus di 600 euro per autonomi e partite iva, che farebbe sorridere un bambino.  Il tutto condito da sermoni di turno sulla solidarietà all’interno dell’Unione Europea e sulla necessità di attivare il MES, che farebbe dell’Italia la novella Grecia e che, soprattutto, mostra l’inadeguatezza di una classe politica che non ha compreso l’occasione storica che si trova di fronte. Al contrario, quella stessa classe politica è scappata dal Parlamento, lasciando il paese in balia del nulla. Se, allora, esiste un modello italiano, questo sarebbe rappresentato dall’imperativo: ascoltando gli scienziati, distruggiamo il paese per salvarlo. La realtà è che mentre i medici fanno i medici, questa classe politica fa quel che può, in considerazione della propria statura.

I sondaggi

Questo quadro, tutt’altro che rassicurante, stona con i sondaggi che indicano il gradimento per il governo in carica sopra al 70% e la crescita del gruppo delle “bimbe di Conte” su Instagram. Insomma, agli italiani piacerebbe essere reclusi in casa, con le libertà costituzionali sospese a botta di provvedimenti amministrativi (come nemmeno in dittatura, ma noi siamo in emergenza) e con la prospettiva di un futuro tutt’altro che roseo. È plausibile: la campagna di terrore e di disinformazione – perché di questo si deve parlare – condotta con l’aiuto di gran parte dei media e senza alcuna resistenza da parte dell’opposizione, preoccupata di perdere consenso elettorale e impegnata a superare il governo nella corsa alle restrizioni, sta ampiamente dando i suoi frutti.

Ma per quanto? Ogni giorno che passa, la realtà concreta supera quella raccontata dalla tv. Ogni giorno che passa, l’augurio è che gli anticorpi che il senso di identità ha instillato nel tessuto sociale, malgrado gli ultimi 70 anni e il buonismo politicamente corretto, facciano il loro lavoro. Perché quando si crea un vuoto, è legge di natura che venga riempito. E non saranno le bimbe di Conte a farlo.

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